Carissimi fratelli e sorelle,
spero che questo messaggio vi trovi in buona salute e con la pace nel cuore. Con profonda gioia, gratitudine e speranza, abbiamo inaugurato l’Anno Giubilare Camilliano, celebrando i 450 anni dalla conversione di San Camillo. Le solenni celebrazioni iniziali a San Giovanni Rotondo e Manfredonia sono state occasioni preziose di fraternità e di rinnovamento interiore per tutta la nostra famiglia camilliana, arricchendo il nostro cammino di fede e servizio.
In questo mese di marzo, ci apprestiamo a vivere il tempo della Quaresima, un periodo di grazia e di profonda riflessione che ci conduce alla celebrazione della Pasqua del Signore. Siamo chiamati a convertirci, a rinnovare il nostro spirito e a riscoprire la bellezza della nostra fede, lasciandoci trasformare dal messaggio della croce di Cristo e dalla forza salvifica dell’amore di Dio.
Con il rito dell’imposizione delle ceneri iniziamo il cammino annuale della Quaresima, tempo ‘forte’, di grazia, che il Signore ci concede anche quest’anno, perché possiamo tornare a Lui attraverso la via di una sincera e profonda conversione: un appello forte al cambiamento radicale della nostra esistenza.
Ogni anno la liturgia della Parola, agli inizi della quaresima, propone alla nostra meditazione il racconto evangelico dell’episodio delle tentazioni di Gesù nei suoi quaranta giorni nel deserto.
I suggestivi quaranta giorni della quaresima sono un lungo ritiro: un tempo di vero agonismo spirituale da vivere insieme con Gesù, usando le armi della fede, cioè la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio e la penitenza per trovare la verità del nostro essere discepoli di Gesù.
“Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento opportuno” (Lc 4,13). È con questa frase sibillina che l’evangelista Luca conclude le tre tentazioni del diavolo a Gesù nel deserto. Ora l’occasione favorevole è arrivata ed è l’opportunità della sofferenza sulla croce e il diavolo ci riprova con altre tre tentazioni, eco di quelle del deserto.
Se avesse accettato i suoi consigli, Gesù ora non sarebbe finito lì, inchiodato nel patibolo riservato ai maledetti da Dio (Dt 27,26). Il diavolo si era infatti presentato a Gesù come un valido aiutante: lo aveva invitato a usare le sue capacità per le proprie necessità, mutando le pietre in pane per saziare la sua fame (Lc 4,3), a usare il potere e la gloria di tutti i regni della terra, proprietà diaboliche che il diavolo sarebbe stato disposto a mettere nelle sue mani per inaugurare il suo regno (Lc 4,6) e, soprattutto, a essere lo spettacolare Messia che il popolo attendeva, per ottenere così l’entusiastico appoggio delle folle (Lc 4,9).
Le tre tentazioni di Gesù nel deserto sono espressioni seducenti delle false immagini dell’uomo, che in ogni tempo insidiano la coscienza, travestendosi da proposte convenienti ed efficaci, addirittura buone. Il nucleo delle tentazioni consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri interessi e comode pigrizie. Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere, il successo, il denaro, l’arrivismo, la pretesa di sostituirsi a Dio, convinti che ne possiamo benissimo farne a meno, nella illusoria convinzione di una radicale ed inebriante auto-salvezza.
Ma Gesù, irremovibile, ogni volta aveva opposto un secco rifiuto. Le proprie capacità non le avrebbe usate per salvarsi la vita, ma per comunicarla agli altri: Gesù non sarebbe andato incontro all’uomo, accarezzando e assecondando le attese del popolo, ma le avrebbe cambiate, convertite.
Fallimento totale! Ora che il popolo, i capi e i soldati sono tutti contro Gesù, il diavolo coglie l’ultima occasione, è il suo momento favorevole, e, come nel deserto, ripropone al Cristo un’unica estrema tentazione: salvarsi! Tutti concordano nel ritenere un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri. Nessuno è solidale con Gesù. L’odio nei suoi confronti è tale che persino uno dei malfattori, appeso come lui sulla croce, lo insulta: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi” (Lc 4,39).
“Salvi se stesso e anche noi!”. Tutti vogliamo un messia che salvi se stesso, solo perché vogliamo salvare noi stessi. Dovrebbe essere specchio e conferma dei nostri desideri egoistici.
Questo malfattore rappresenta l’attesa dell’uomo che ignora Dio, e lo fa a sua immagine e somiglianza. L’inganno diabolico ci fa credere che la salvezza consista in ciò che ci perde. “Dio non esaudisce i nostri desideri: Dio esaudisce tutte le sue promesse” (cfr. D. Bonhoeffer, Resistenza e resa).
“Salvi se stesso!”. Rappresenta la suprema aspirazione dell’uomo che, mosso dalla paura della morte, cerca di salvarsi da essa a tutti i costi, instaurando la strategia dell’avere (pane), del potere (“prostrati e i regni saranno tuoi”, potere per piegare l’altro e la volontà dell’altro), dell’apparire (“buttati giù”, espressione di una ricerca sensazionalistica della fede e delle sue manifestazioni). La tentazione proposta, la soluzione per una esistenza confortevole sembra consistere nel riposare nell’occhio dell’altro per esistere: ma a che prezzo?
Le tre tentazioni si fondono in una: l’inutilità della croce e della salvezza. Ma proprio quest’ansia di vita sbagliata ed inutile, genera morte e cinismo: Cristo non ci libera dalla morte, piuttosto ci libera nella morte, la sua!
Il potente, così come ce lo immaginiamo, è colui che salva se stesso, che può permettersi di pensare solo a sé e che ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri.
Per dimostrare di essere veramente Dio, Gesù dovrebbe mostrarsi egoista perché, nel nostro mondo mediocre e meschino, Dio è il Sommo egoista bastante a se stesso, beato nella sua perfetta solitudine. Dio diventa la proiezione dei nostri più nascosti e inconfessati desideri, e allora cerchiamo di sedurlo, di blandirlo, di corromperlo. No! Il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me. Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi.
In questo senso, i due ladroni ai lati del Cristo crocifisso sono la sintesi del diventare discepoli. Il primo sfida Dio, lo mette alla prova: concepisce Dio come un re di cui essere suddito. Ma a certe condizioni, ottenendo in cambio ciò che desidera: una redenzione in extremis. Non ammette le sue responsabilità, non è adulto nel rileggere la sua vita: tenta semplicemente il colpo. Non è amorevole la sua richiesta: trasuda grettezza ed egoismo. Come – spesso – la nostra fede: cosa ci guadagno, se credo?
L’altro ladro, invece, è solo stupito. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua. Innocente e pura quella di Dio. Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono. Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o cadere ai piedi della croce e confessare: “davvero quest’uomo è il Figlio di Dio”.
Questo è bastato ad aprirgli il cuore: il ladro intravede in quell’uomo non solo buono, ma esclusivamente buono, un possibile futuro diverso, l’inizio di una umanità nuova. Intuisce che quel cuore pulito è il primo passo di una storia diversa, l’annuncio di un regno di bontà e di perdono, di giustizia e di pace. Ed è in questo regno che domanda di entrare.
L’ombra di una sovranità inquietante avvolge Gesù fin dall’infanzia; un’ombra sotto la quale lui non soccombe, perché non è venuto per auto-salvarsi; è venuto per introdurre nel mondo una scommessa, quella del dono, dell’offerta di sé, come via per salvare gli altri e se stessi.
Lo comprende bene il secondo malfattore, il cui tono è totalmente diverso: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Quest’uomo invoca una relazione familiare, semplice, diretta, amichevole. E la risposta di Gesù ne riprende il tono: “oggi con me sarai nel paradiso”; dove è la relazione (“con me”) a definire il tempo (“oggi”) e lo spazio (“nel paradiso”).
Essere “con” Gesù è il tempo e il luogo della salvezza. E non solo dopo la morte, ma già ora: questo malfattore è “con” Gesù sulla croce, e non “contro” Gesù, come gli altri; e per questo cala su di lui una parola di salvezza, un’offerta di relazione, che già da quel momento cambia la sua esistenza: non lo salva dalla croce, ma lo salva nella croce.
Il malfattore umile è l’ultimo fratello in ordine di tempo salvato dal Signore, ma è anche il primo fratello ad entrare nel suo regno: “oggi”.
Le classifiche di Gesù seguono criteri decisamente diversi dai nostri, criteri che ci spiazzano, che richiedono conversione, umiltà, immersione nel mistero della croce che salva: è lì, nel ladro ucciso, la consacrazione suprema della dignità dell’uomo: nel suo limite più basso l’uomo è sempre e ancora amabile per Dio, basta solo la sincerità del cuore. Non c’è nulla e nessuno di definitivamente perduto, nessuno che non possa sperare, per oggi e per domani.
Gesù ci indica un altro modo di vivere, che contraddice il nostro “salvare noi stessi” per salvare gli altri o – meglio – per lasciarci salvare da Lui.
Il cammino verso la Pasqua è un invito a rinnovare il nostro cuore, a rinunciare alle false sicurezze e ad accogliere con fiducia la via che Cristo ci mostra: quella del dono di sé, dell’umiltà e della relazione autentica con Lui. Viviamo intensamente questo tempo, perché possa essere per noi un’esperienza di vera conversione e di crescita nella fede.
Con affetto fraterno e preghiera,
p. Pedro Tramontin
Superiore Generale
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