“NON PIÙ MONDO, NON PIÙ MONDO”

Camillo, nell’autunno del 1569, lasciava l’Ospedale di S. Giacomo in Roma, dove aveva trascorso un periodo di cura, prima come ricoverato e poi come inserviente. Appariva guarito dalla piaga, che da un po’ di tempo s’era aperta al calcagno del piede destro, ed ora s’era rimarginata. Purtroppo non doveva tardare molto a riaprirsi e svilupparsi, facendolo soffrire sino alla morte. Quella piaga sarà la stimmate che, per tutta la vita, gli ricorderà i trascorsi della sua giovinezza.

Uscito dall’Ospedale, si arruolò nell’esercito della Repubblica di Venezia, nel quale rimane fino al 1573, prendendo parte a varie imprese contro i Turchi, specialmente in Dalmazia. Licenziato, riuscì ad arruolarsi nell’esercito del re di Spagna, e per un anno girovagò un po’ qua e un po’ là, nel “Regno” ed in Africa.

Impegno principale in questo periodo era il gioco, portato fino all’esasperazione e che lo rovinava completamente, succhiandogli quel po’ di denaro che riceveva dalla milizia.

Nel tardo autunno del 1574, trovandosi a Napoli fu dimesso anche dall’esercito di Filippo II. Con un compagno, Tiberio di Siena, si recò in Puglia e giunse, dopo varie tappe, a Manfredonia, con la celata speranza di avere possibilità di arruolarsi in qualche compagnia di ventura.

Il 30 novembre, spinto dalla necessità, si ridusse a mendicare alla porta della cattedrale della città. Un distinto vecchietto, Antonio di Nicastro, lo notò, ne ebbe compassione e gli propose di lavorare come garzone in una fabbrica dei PP. Cappuccini, della quale lui sovrintendeva alla costruzione. Vinse, con un piccolo sforzo, l’ostilità e le resistenze del compagno, che continuò per la sua strada, ed accettò quel modesto incarico. Doveva, con un paio di asini, provvedere ai muratori l’occorrente di pietre, mattoni, calce ed acqua.

Nei primi tempi si sentiva profondamente umiliato e frustrato, trovandosi in una situazione non degna del suo stato. A ventiquattro anni e mezzo, giovane aitante, discendente di nobile famiglia, che portava ancora nel suo abbigliamento i segni del suo antico mestiere, ridotto a guidare degli asini. Esternamente poteva apparire una figura piuttosto buffa; interiormente era in una condizione tragica. Covava in lui una sorda ribellione di piantare tutto e andarsene. Ogni atto, per quanto benevolo, dei Cappuccini, era interpretato con sospetto, anche l’offerta di un po’ di panno del loro saio, per ripararsi dal freddo pungente.

Trascorse le prime settimane, incominciò ad accettare quella situazione provvisoria, a suo parere, nella speranza della prossima primavera e del futuro ritorno alle armi.

Terminata la fabbrica del convento, non fu licenziato, ma il P. Guardiano gli affidò l’incarico di provvedere alle varie necessità della comunità. I Cappuccini avevano preso a ben volere quel giovane più sventurato che cattivo, e che dimostrava una certa buona volontà. E, d’altro canto, egli non era insensibile alle loro attenzioni.

Il primo febbraio 1575, il Guardiano, P. Francesco da Modica, lo mandò a Castel S. Giovanni – oggi S: Giovanni rotondo – a dodici miglia da Manfredonia, a portare certe provviste a quei frati e riportarne, in cambio, del vino.

Nella serata, il Guardiano di quel Convento, P. Angelo, s’intrattenne a lungo con Camillo, sotto uno spoglio pergolato di viti. Gli parlò di Dio e della salvezza dell’anima, con semplicità e senza fronzoli. Conoscendo le tentazioni alle quali giovani della sua età possono essere soggetti, l’ammonì a resistere ai cattivi pensieri ed a sputare in faccia al demonio.

Camillo ascoltò deferentemente e, al termine, si raccomandò alle preghiere del frate.

L’indomani mattina, 2 febbraio, festa della Purificazione della Vergine, un mercoledì, riprese la strada di ritorno per Manfredonia.  A cavallo dell’asino, con due otri di vino, avvolti in due bisacce al basto, percorreva la strada, solitaria e tortuosa, che si snoda tra gli anfratti del monte Gargano. Ripensava a quanto gli aveva detto il frate e rifletteva sulla sua vita passata. Riaffiorava alla sua coscienza il complesso di mancanze, colpe, peccati, infedeltà a promesse e voti. Si faceva viva la consapevolezza della sua miseria morale, dell’ingratitudine verso Dio. Prese forma e si consolidò un proposito di pentimento e di vita rinnovata, che si esprimeva anche esteriormente in una piena di sentimenti. Scese, anzi balzò di sella, cadde ginocchioni in mezzo alla strada, e, picchiandosi il petto, accusandosi peccatore, chiese perdono, promise penitenza: “Non più mondo…Non più mondo!..” Si alzò col proposito di farsi Cappuccino.

Riprese il cammino, interiormente trasformato. Aveva per lui inizio una vita nuova. Da allora – come confesserà Egli stesso – avrà coscienza di non avere più commesso un peccato né grave né lieve, deliberato, in una vita trascorsa nella costante e permanente tensione di amore a Dio e servizio al prossimo.

La sua è stata una vera “conversione” nel significato biblico, una “metanoia”.

Secondo gli esegeti, “metanoia” significa cambiare mente, modo di pensare, disposizione d’animo, orientazione ad assumere un atteggiamento nuovo; e innanzitutto un mutamento di valutazione, di giudizio, di convinzione nei riguardi della realtà contingente e del regno.

Il primo passo che l’uomo deve compiere in questo processo di conversione è il riconoscimento della propria condizione, del proprio limite. La conversione è una rinuncia, una separazione, un distacco, ma l’aspetto più importante l’orientazione nuova verso Dio. Il peccatore è colui che si è allontanato dal Signore per battere la propria strada; la conversione richiede un ripiegamento sui propri passi, un ritorno sulle proprie decisioni. Non basta un pentimento, una deplorazione del male compiuto, occorre una trasformazione interiore, un cambiamento di vita, un sincero ritorno a Dio.[1]

È quanto è avvenuto a Camillo sulla strada di Manfredonia. In una visione panoramica di tutta la sua vita, si può vedere in quella decisione la pietra miliare che segna una tappa fondamentale della sua esistenza, la linea di displuvio di due versanti, uno – per usare l’espressione agostiniana – dell’amore di sé fino al disprezzo di Dio e l’altro dell’amore di Dio fino al disprezzo di sé stesso.

 

APPENDICE: Le fonti

Il S.P. Camillo dovette conservare fino alla morte un ricordo indelebile dell’esperienza interiore ed esteriore da lui stesso chiamata la sua “conversione” che mutò totalmente l’indirizzo della sua vita. La rievocava in particolari circostanze, e la manifestava, nell’intimità, ai suoi Religiosi, che erano maggiormente suoi confidenti.

Tra questi il P. Sanzio Cicatelli soprattutto ne conobbe i vari particolari, che curò d’annotare, come faceva di quanto veniva a conoscenza dal Fondatore. Ce ne ha quindi tramandato la descrizione più viva e minuziosa, sia nella “Vita Manoscritta” che in quella stampata, fin dalla prima edizione.

Nell’esame delle fonti che riguardano il fatto credo sia bene fare una duplice distinzione:

I –  la descrizione lasciataci dal Cicatelli; II – le testimonianze e deposizioni contenute nei Processi Apostolici di Beatificazione del Servo di Dio.

I – Il P. Cicatelli fa una minuta descrizione della conversione nel capitolo X della “Vita manoscritta” [2], che poi riproduce quasi letteralmente, salve qualche cambiamento di leggere espressioni, nella prima edizione della sua “Vita del P. Camillo de Lellis” (Viterbo 1615).

Appare chiaro che nella sua narrazione, egli si ispira, come a modello, alla conversione di S. Paolo. “E avvenne – si legge negli Atti degli apostoli (9,3-5) – che mentre (Saulo) era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce del cielo, e caduto a terra, udì una voce”. Ed il Cicatelli parafrasa: “mentre adunque (Camillo) andava così pensando, ecco c’ha similitudine di un altro S. Paolo, fu all’improvviso assaltato dal cielo con un raggio di luce interiore tanto grande del suo miserabile stato… non potendo…mantenersi più a cavallo, come abbattuto dalla divina luce, si lasciò cadere a terra …”.

Pur nella sostanziale veracità del fatto, quale risulta da altre testimonianze, egli abbellisce la scena. Per esempio le parole di pentimento che pone sulle labbra di Camillo, sono state rimaneggiate e riportate in modo leggermente diverso nella vita manoscritta e in quella stampata. Si può ritenere come indubbiamente di Camillo il fermo proposito: “Non più mondo, non più mondo”.

Nella disposizione che il Cicatelli fa al Processo Apostolico di Napoli, ripete quanto da lui scritto precedentemente.

Camillo vien chiamato da Dio al suo vero conoscimento (cap. x)

“Continuò Camillo alcun tempo nel sudetto modo di vita, stando egli alhora tanto lontano da Iddio che non si ricordava più di Voto, né d’altro buon proposito. Anzi era tanto da questi pensieri alieno, che stando esso mal vestito e patendo gran freddo in quell’inverno, et havendogli quei Padri voluto donar per compassione alquanto di quel panno bigio che lor vestono acciò se ne facesse un vestito, egli, per timore che non facessero ciò per indurlo pian piano ad esser frate, non lo volse mai accettare. Il quale pur finalmente accettò poi quasi al suo dispetto, e contra ogni sua volontà, costretto e forzato dal freddo. In fine il pensier suo di trattenersi con quei religiosi era solamente per guadagnarsi alcun scudo per far passar quell’inverno, e di poter ritornar subito al vomito, cioè al giuoco et alla guerra, se fusse stato possibile. Ma il pensier di Dio era molto differente dal suo, poiché non passo quella stagion d’inverno che lo raggiunse, troncando per mezzo tutto l’ordimento de’ suoi vani disegni, ferendolo anco di colpo così profondo che mentre visse poi ne portò sempre la memoria et i segnali nel cuore.

Essendo adunque finita la fabrica, cominciò il Guardiano a servirsi di lui, in altri servigi, mandandolo particolarmente con i medesimi asinelli a portar robba da un convento all’altro. Quando finalmente essendo giunto il tempo che S.D. Maestà lo voleva chiamare al suo vero conoscimento per far poi impresa meravigliosa per mezzo suo, accade che fu mandato una volta al Convento di S. Giovanni, Castello dodeci miglia discosto da Manfredonia, a portare una soma di tagliolini da cambiarla in tanto vino. Et havendo effettuato il tutto, stava per ritornarsene la mattina seguente. La sera, mentre esso stava preparandosi al viaggio, il Guardiano di detto convento chiamato Frate Angelo ( che in vero fu un buon Angelo per lui) lo chiamò sotto un pergolato di viti, e perché delle sue attioni gli pareva un giovane dato alle cose del mondo, gli fece un breve ragionamento spirituale, dandogli particolarmente alcuni ricordi contra le brutte tentationi, uno dei quali fu che venendogli alcuna brutta tentatione nella mente, dovesse subito sputare in faccia al demonio, non facendo alcun conto di lui. Qual rimedio osservò poi esso sempre in vita sua. Finito il ragionamento, Camillo non rispose altro se non: Padre pregate Iddio per me, acciò m’illumini di quanto debbo fare per suo servigio, e per salute dell’Anima mia. E con questa conclusione la mattina seguente, havendo sentita la sua messa (e forse anco pigliata la candela benedetta per esser quel giorno la Purificatione della Santissima Vergina) si licentiò et avviò verso Manfredonia. Per strada, andando egli a cavallo dell’asino in mezzo di doi otri di vino, che stavano dentro un paio di bisaccie, andava tra sé medesimo pensando alle cose dettogli dal P. Guardiano. Mentre adunque andava così pensando, ecco ch’a similitudine di un altro S. Paolo, fu all’improviso assaltato dal cielo con un raggio di lume interiore tanto grande del suo miserabil stato che per gran contritione gli pareva d’haver il cuore tutto minuzzato, e franto dal dolore, onde non potendo per la insolita commotione che sentiva in se stesso mantenersi più a cavallo, come abbattuto dalla divina luce, si lasciò cadere in terra, nel mezzo della strada. Dove inginocchiato sopra un sasso cominciò con insolito dolore, e lagrime, che piovevano da gli occhi suoi, a piangere amaramente la vita passata. Dicendo con parole daˈ molti singhiozzi interrotte: Ah misero et infelice me che gran cecità è stata la mia a non conoscere prima il mio Signore! Perché non ho io speso tutta la mia vita in servirlo? Perdona, Signore, perdona a questo gran peccatore. Donami almeno spatio di vera penitenza, e di poter cavar tant’acqua dagli occhi miei quanto bastarà a lavar le macchie, e bruttezze deˈ miei peccati. Queste et altre cose simili dicendo non si vedeva mai sazio di percuotersi e darsi fortissimi pugni al petto, non havendo ardire d’alzar più gli occhi al cielo, tant’era la vergogna, e confusione c’haveva di mirarlo. Nel qual pianto stando esso ancora ingenocchiato (dopo haver infinite gratie alla divina bontà rese, che con tanta patienza l’havesse fino a quell’hora aspettato) fece fermissimo proposito di mai più non offenderlo, di far aspra penitenza, e soprattutto di farsi quanto prima Cappuccino. Dicendo e replicando più volte le seguenti parole: “non più mondo, non più mondo”. Dal qual giorno in poi che fu alli 2 Febraro 1575, anno santo et il terzo del Pontificato di Gregorio XIII, di mercordì giorno sollennissimo della Purificatione della sempre immacolata Vergine, l’anno vigesimo quinto dell’età sua insino al fine della vita mai più non si ricordò né accusò la conscienza, per gratia d’Iddio, d’haver commesso peccato mortale che lui havesse conosciuto, né tampoco peccato veniale volontario. De quali soleva dire esso che più presto si saria lasciato mille volte tagliar a pezzi prima che commetterne un solo scientemente et volontariamente. Il qual giorno ancora fu poi sempre da lui celebrato et in grandissima devotione avuto in memoria di così segnalato dono, vhiamandolo il giorno della sua conversione”[3]

 

II – NEL PROCESSO ORDINARIO ROMANO di Beatificazione, svoltosi dal 1618 al 1624[4], non vi è alcun accenno al fatto, perché esulava dall’argomento degli interrogatori. I testi infatti venivano richiesti della conoscenza che avevano del Servo di Dio, delle di lui virtù (carità, umiltà. Pazienza, ecc.) delle doti di prescienza, delle predizioni da lui fatte, e dei miracoli alla di lui intercessione attribuiti.

Dello stesso tenore dovevano essere le deposizioni fatte nei Processi Ordinari di Chieti, Napoli e Genova, almeno per quanto risulta da quelle deposizioni che sono poi state riprese nei susseguenti Processi Apostolici.

 

III – Nei PROCESSI APOSTOLICI di Beatificazione, iniziatisi nel 1625, da parte della postulazione erano stati preparati gli “Articuli quoad sanctitatem vitae et pro canonizatione Servi Dei Camilli de Lellis, Religionis Clericorum Regularium MinistrantiumInfirmis Fundatoris[5], che furono inviati alle varie Curie vescovili, dove si tennero i Processi, con le lettere remissoriali.

Il secondo articolo riguardava la vita condotta da Camillo da giovane ed il fatto della conversione. Esso riproduceva stringatamente quanto era esposto in modo più diffuso nella biografia del Servo di Dio.

“Item ponunt quod Servus Dei Camillus fuit a parentibus suis pie ac laudabiliter cum Dei timore educatus in patria, sed nihilominus usque 25° suae aetatis annum parum laudabiliter vixit, magnopere ludo deditus, universas substantias dissipando usquequo servitio Cappuccinorum se dedicans anno 1575, particulari Dei impulsu tactus 2 februarii sollemni die Purificationis B. Mariae Virginis cum a Castro Sancti Ioannis in Apulia ad Sipontum usque, inter duas utres equitaret, ut eleemosynam quandam vini pro ipsis Patribus Cappuccinis, quibus tunc serviebat, recuperaret, et pia monita de turpitudine peccati, eiusque fuga capienda a Custode Coenobii dictorum Cappuccinorum accepta, animo pervolveret, cum esset in loco campestri, repente divini luminis sagitta intrinsece percussus, veluta alter Apostolus, equo decidens, mediaque in via super lapidem genuflexsus, cordi dolore, lachrymas abunde profundens suspiria et singultus quamplurimos emittens, pectus suum durissime, ob paenitentiam, saepissime percutiens, anteactae  vitae suae peccata amare flevit, mundo pluries renunciavit ac Religionem ingrediendi votum emisit, quod fuit et est verum et his fuit, erat et est publica vox et fama palam”[6]

De 44 nostri Religiosi che deposero nei Processi Apostolici svoltisi a Roma, Napoli, Chieti, Genova, Mantova, Bologna e Firenze, parecchi sorvolano su tutti i primi articoli dell’interrogatorio, per fermarsi più a lungo nella testimonianza delle virtù; qualcuno tralascia la deposizione su questo secondo articolo; uno, il P. Prospero Voltabio, confessa la sua ignoranza al riguardo ̎respondit nescire̎[7]. Otto affermano esplicitamente d’aver udito parlare del fatto dallo stesso Fondatore e si soffermano su questo o quell’altro particolare, sulla falsariga indicata dallo stesso articolo. Da tali disposizioni non risulta alcun nuovo particolare ma ne viene confermata la veracità del fatto e la sua svolta decisiva che impresse nell’indirizzo della vita del Santo.

  1. A) Processo Romano. – su nove nostri religiosi che depongono a questo processo, testimonia sul secondo articolo soltanto uno, il Cesare Simonio. Egli (1572 – 1645)[8], era entrato nell’Ordine a Napoli nel 1590, ed aveva familiarmente trattato a lungo con il Servo di Dio, essendo stato parecchio tempo a Roma. Era zelante nell’assistenza dei moribondi nelle case private e godeva di un certo seguito e di larga stima e considerazione. Aveva già deposto nel Processo Ordinario Romano il 28 agosto 1618. La sua testimonianza in quell’occasione era stata più vivace che in questa, e più particolareggiata. Sul fatto della conversione, rispondendo al secondo articolo, dichiarò:

“Io mi sono trovato presente infra l’ottava della sua professione e di tutti l’altri Padri in mano di Mons. Albero Arcivescovo di Ragusa che fu l’anno 1591, che il detto P. Camillo, a maggior sua confessione et gloria d’Iddio raccontava che havendose egli giocato ciò che haveva anzi l’istessi panni et spada, si condusse al servitio delli Cappuccini in occasione che facendosi una fabrica et essendovi soprastante un amico suo hebbe da quello ivi trattenimento per spesarvisi; ove occorse che partendosi da un luogho per andare in Manfredonia sopra ad un cavallo fu tocco da un’interna contritione et da una conoscenza di se medesimo in modo che abandonato dalle forze era caduto da cavallo; fece all’hora proposito di farsi Religioso come anco ho inteso dalli sopradetti Padri nominati suoi compagni”.[9]

 

  1. B) Al Processo Apostolico Napoletano, su 18 dei nostri Religiosi che hanno deposto, cinque testimoniano su questo fatto.
  2. Fratel Orazio Porgiano (1535 – 1629)[10]. Era entrato nella Congregazione nel 1585, ed aveva fatto parte del I Capitolo Generale, ̎tamquam ex primis fundatoribus̎ benché non eletto. Era molto caro al Fondatore per la sua dedizione ai malati e la sua assiduità nell’assistenza. E ne contraccambiava l’amore, perché era convinto che non ci fosse ̎madre che amasse tanto i suoi figli quanto Camillo amava li suoi poveri e cari infermi̎. Aveva 90 anni e cieco da 5, quando fece la sua deposizione nelle sedute del 3,5 e 10 settembre 1625, e ricordò ciò che Camillo gli aveva confidato ̎familiarmente̎ di sé e della sua vita.

“Il detto P. Camillo più volte m’ha detto che la sua conversione a Dio fu in Manfredonia, andando a servire un convento deˈ Cappuccini per la fabrica et altri servitii del convento, e questo lui lo fece con intentione di farsi Capuccino et una volta uno di quelli Padri vecchi li fece un’esortatione contra il peccato, e mutatione della vita e detto Padre mi disse ch’andano per servigio di detto convento, per la strada andava rominando e pensando a quelle parole che li haveva detto il Padre Capuccino, e li venne tanta contritione delli peccati passati, che feceresolutione di mutar vita e farsi Capuccino, con prometterlo a Dio con voto e questo lo diceva detto Padre a me famigliarmente raccontando le sue cose passate e questo è stato molte volte, et a questo c’erano presenti alcune volte molti nostri Padri, quale al presente non ricordo; et hoc est verum, etc.”[11]

  1. – il P. Pietro Paolo Bossi (1577-1641)[12] era entrato nell’Ordine nel 1595.  Varie volte s’era proposto di uscirne e ne era stato distolto – come confessa lui stesso nella sua deposizione – dal P. Camillo. Era stato Prefetto di alcune case, Mantova, Genova, Sessa, Bucchianico. Si trovava a Napoli dal 1622. Nella sua deposizione si sofferma soprattutto sui suoi fatti personali.

Sul secondo articolo dichiara:

“Io ho inteso per bocca del nostro Padre Camillo, quale nelli suoi esercitii spirituali diceva che il giorno della Purificatione di Nostro Signore (sic!), haveva lui ricevuto cognitione dello stato suo miserabile et desiderio di darsi a fare penitenza della sua mala vita passata, che per piangere li suoi peccati, si fece Capuccino ma per causa d’una piaga della sua gamba si partì da Capuccini… E questo lo diceva in ogni luogo ch’io l’ho conosciuto, come in Roma, in Genova, in Milano, questa città et altri luoghi, a tutti li nostri Padri; et hoc est verum publicum notum”[13]

 

  1. – Il P. Cromazio De Martino (1570-1650),[14] napoletano, entrato nell’Ordine nel 1595, era stato Consultore Generale dal 1599 al 1602 ed aveva esercitato la Prefettura di alcune Case. La sua deposizione fatta il 27 ottobre 1625 è del seguente tenore:

“ dall’istesso Padre Camillo ho inteso che nel tempo della sua gioventù haveva vissuto non poco timore d’Iddio dandosi in tutto al gioco, per il che fu costretto vendersi sino la camisa per giocare benché daˈ suoi parenti fosse stato ben educato dal principio; né havendo che più giocarsi si pose nel servigio deˈ Padri Capuccini, a Manfredonia, nel qual luogo andando un giorno con un giumento per servigio di detti Padri fu miracolosamente illuminato da Dio, a convertirsi al suo servigio, nel qual luogo inginocchiandosi in terra, buttando molte lachrime e sospiri, fece proposito di mutare vita, dal qual tempo in poi intesi dal detto Padre che non li rimordeva la coscienza d’havere offeso sua divina Maestà né mortalmente né venialmente volontariamente; facendo nell’istesso tempo voto di farsi Religioso, e tutto ciò detto Padre Camillo non solo lo raccontava a me ma anco alli sopradetti[15] più volte; et hoc est verum, publicum, notum, publica vox et fama”[16]

 

  1. – Il P. Cesare Bonino (1568-1631),[17] torinese, entrato nell’Ordine nel 1592, era stato due volte Consultore Generale(1596-1599; 1602-1608), Provinciale di Milano (1609-1612; 1616-1618) e di sicilia (1613-1615). Era uno dei Religiosi più in vista nell’Istituto, noto per il suo realismo ed equilibrio, filialmente devoto al Fondatore. La sua deposizione esprime la sua personalità:

“Io mi ricordo che il P. Camillo più volte mi disse con suo dolore che quando era nel secolo era molto inclinato al gioco, però mai si ricordava d’haver bestemmiato cos’alcuna, come sogliono fare i giocatori e di questo ne lodava il Signore Dio, e di più mi disse ch’essendo fuori di casa sua ritornato dalla guerra, si ridusse in tale necessità che li fu di bisogno andare a servire ad una fabrica deˈ Capuccini, in Manfredonia, dove un giorno menò una soma di vino con gli otri, anco lui andava a cavallo, essendo per via li venne una tal compuntione e dolore  deˈ suoi peccati passati, che smontando da cavallo s’inginocchio in terra piangendo amaramente la sua vita passata e fece voto all’hora di farsi Religioso e questo diceva detto Padre Camillo più volte raccontandomi la sua vita passata, et a questo c’erano presenti altri Padri, che al presente non mi ricordo chi sono, se bene è noto fra di noi e questo me l’ha raccontato detto Padre più volte in diversi tempi e luoghi; et hoc est verum, publicum[18]

  1. – Il P. Sanzio Cicatelli (1670-1627),[19] napoletano, entrato nell’Ordine nel 1589, fu tra i primi professi solenni del 1591. Aveva ricevuto parecchie cariche tra cui quella di Prefetto Generale (1619-1625). Diligente primo biografo del Servo di Dio, nella sua deposizione, molto diffusa, conferma quanto ha già scritto:

“Io so che il Padre Camillo nella sua fanciullezza fu dai suoi padre e madre allevato nel timore di Dio e con buoni costumi, ma pervenuto nell’anno 19° incirca cominciò ad andare per il mondo facendosi soldato e servendo diversi principi, come la Repubblica di Venezia et il Cattolico Re Filippo 2°, passando varii e diversi pericoli per mare e per terra…Continuò nella sudetta vita sino all’anno 1575, quando costretto dal bisogno per haversi giocato ogni cosa, s’era ridotto a Manfredonia a cercare l’elemosina col cappello in mano, et a servire una fabrica deˈ Padri Capuccini, dove essendo stato mandato una volta al Castel di S. Giovanni per pigliare un’elemosina che era una soma di vino mentre se ne tornava a Manfredonia a cavallo dell’asino in mezzo di due otri di vino ecco che a guisa d’un altro S. Paolo fu all’improviso assaltato dal cielo con un raggio di lume interiore tanto grande del suo miserabile stato e con un dolore così intimo deˈ peccati passati che li pareva d’haver il cuore tutto sminuzzato dal dolore, onde smontato in terra sopra d’un sasso in mezzo della strada pianse amaramente tutta la vita passata dandosi fortissimi pugni in petto, cercando perdono a Dio, e facendo fermo proposito di mai più offenderlo, di fare aspra penitenza, ed adempiere quanto prima il suo voto di farsi Capuccino, dicendo e replicando più volte queste parole: non più mondo, non più mondo; dal qual giorno che fu alli 2 febr. 1575,  di mercordì giorno sollenne della Purificatione di Maria sempre Vergine, nell’anno 25 dell’età sua esso più volte disse in diverse occasioni che mai più si ricordò per gratia di Dio d’haver commesso peccato mortale volontariamente e scientemente, dicendomi haverle Iddio dato tanto grande odio del peccato che haverebbe sofferto mille morti prima che farne uno per minimo che fosse, il che tutto so per haverlo inteso più volte e con diverse occasioni da esso servo di Dio Camillo, confundendo sempre se stesso della grande patienza havuta da Dio con lui, in aspettarlo tanto tempo a penitenza, e questo alcune volte me lo diceva presenti altri, che al presente non me ne ricordo, se non del Padre Alessandro Gallo, che è morto; et hoc est verum, publicum”[20]

  1. C) Processo di Genova. – Ad esso hanno deposto sei dei nostri Religiosi. Di essi soltanto uno, Lucantonio Catalano risponde al secondo articolo.

Il P. Catalano[21] di Galatina (Lecce) entrato nella Congregazione nel 1587, era stato uno dei primi 25 professi solenni del 1591. Carattere estroverso ed ardente, era passato da un capo all’altro della penisola, per tutte le case dell’Ordine. Devotissimo del Fondatore, ne aveva conservato, con cura, quattro lettere a lui dirette. Dal 1620 era stato destinato a Genova, dove si fermerà fino alla morte. Piuttosto esibizionista, al Processo dichiarava con… modestia: “Non vi è persona che ne sappia tanto come me” del Fondatore. La sua deposizione è molto diffusa, a volte persino prolissa:

“Ho sentito dire più volte dal detto Padre Camillo, e da molti altri nella sua patria che fu allevato bene dalla madre, procurando dargli molta virtù, però a capo di 10 o 12 anni di sua età lasciò la scola e visse poco laudamente, essendosi molto dato al gioco, facendo molte questioni, dissipando tutte le sue sostanze sino all’anno della sua età d’anni 25, nel qual tempo essendo stato più volte alla guerra e patito nella guerra molti patimenti della vita, e giocato et li vestimenti e la propria camisa, copertosi le carni d’alcuni strazzi, si ridusse a domandare elemosina sopra la porta di Manfredonia come soldato mal trattato e ritornato dalla guerra et in quella miseria egli si accordò per servire nella fabrica li Padri Capuccini, li quali per carità volsero coprirlo con lor pani, la qual cosa non volse accettare, temendo che non facessero Capuccino, et in quel tempo essendogli fatto una monitione dal Guardiano di essi Capuccini, dimostrandole la bruttezza del peccato e quanto importava risistere alle tentationi si compose molto particolarmente, andando per la strada dal Castel S. Giovanni in Puglia sino a Siponto in mezzo due pelli di vino che d’elemosina eragli stato dato per suffragio deˈ Capuccini, arrivando in una gran pianura vicino a un gran sasso, callato da cavallo, inginocchiato sopra d’un sasso con gran dolore di cuore spargendo molte lagrime e sospiri, battendosi con gran fervore il petto, havendo gran dolore dei suoi peccati passati, renunciò più volte al mondo e fece voto di entrare  in religione et questo è vero che io prima da lui e da molti suoi compagni e da qualche padre Capuccino,, e così è pubblica voce e fama”.[22]

 

  1. D) Processo Bolognese. – A Bologna, tra gli altri Religiosi, depose anche il Frediano Pieri, Superiore Generale, allora in carica (1576-1648)[23]. La sua testimonianza è, sotto l’aspetto che ci riguarda, piuttosto curiosa. Infatti egli risponde al secondo articolo, ricordando la vita non buona di Camillo e tace il fatto della conversione. Probabilmente, almeno vie è da supporre, che non avendone udito parlare direttamente dal Fondatore, abbia preferito onestamente evitare ogni dichiarazione in merito:

“Io ho inteso dire che il Padre Camillo Lelli (sic!) mentre era al secolo era un gran peccatore et dedito a molti vitii et questo sta scritto medemamente nella sua vita, et oltre di questo ho sentito dire da Lui medemo che era stato un gran peccatore et che era un tizzone dell’Inferno, et che stato sia Cappuccino sta scritto nella vita et non ne sono informato per altro”.[24]

 

  1. E) Processo di Mantova. – In questo processo ha deposto il Prefetto della Casa, Domenico De Martino (1574-1631), napoletano.[25] Entrato nell’Ordine nel 1595, era stato Prefetto di varie Case. Nel 1624 aveva diretto l’opera di assistenza agli appestati di Palermo e ne aveva scritto una “Relatione”. Nella sua deposizione, rispondendo all’articolo 2°, si limita a confermare, in forma generica, su quanto viene richiesto:

“Cuanto si contiene in questo Capitolo non solo l’ho sentito raccontare comunemente da molte persone, et in particolare da un Capuccino vecchio, di cui non ricordo il nome, ma dal medesimo Padre Camillo molte volte, quando voleva essagerare delle misericordie di Dio e delle proprie colpe una volta.”[26]

 

 

p. Pietro Sannazzaro, in C.I.C. 1975 n.59 – Anno V, pp. 11-24

[1] Cfr. Ortensio Da Spinetoli, Matteo, Assisi 1971, pp. 67-68.

[2] AGMI 116, f.  28-29.

[3] Ibidem

[4] AGMI 2049

[5] Tali articoli furono stampati, in un fascicolo a Napoli (ex tipographia Aegidi Longo, 1625) AGMI 33, 3. Sono pure riportati all’inizio di vari Processi Apostolici (AGMI 1;12;2051).

[6] AGMI 1, f. 9-9v.

[7] AGMI 1, f. 123.

[8] Mohr., Catal. Relig. n. 61

[9] AGMI 2047, f. 72v.

[10] Mohr., Catal. Relig. n. 44

[11] AGMI 1, f. 91-91v.

[12] Mohr., Catal. Relig. n. 157

[13] AGMI 1, f. 149v.

[14] Mohr., Catal. Relig. n. 155

[15] I Pardi Alessandro Gallo, Sanzio Cicatelli e Ottaviano Variani, da lui citati in precedenza.

[16] AGMI 1, f. 177v.

[17] Mohr., Catal. Relig. n. 86

[18] AGMI 1, f. 210-211.

[19] Mohr., Catal. Relig. n. 17

[20] AGMI 1, f. 223-224.

[21] Mohr., Catal. Relig. n. 11

[22] AGMI 12, f. 34-34v.

[23] Mohr., Catal. Relig. n. 120

[24] AGMI 15, f. 49.

[25] Mohr., Catal. Relig. n. 71

[26] AGMI 2051, f. 32-32v

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